Pubblicato da: Maurizio Mazzoni | ottobre 16, 2014

SISTEMA PREVIDENZIALE ITALIANO, SOSTENIBILITÀ A RISCHIO

Ultimi per sostenibilità del nostro sistema previdenziale. E’ impietoso il giudizio che emerge dal rapporto Melbourne Mercer Global Pension Index, il confronto più completo tra sistemi pensionistici a livello globale.
La ricerca è cofermata tra Mercer e l’Australian centre for financial studies e confronta il sistema previdenziale di 25 grandi Paesi.
Lo studio conferma i timori espressi a più riprese dagli stessi vertici Inps. Ricordiamo tutti le parole dell’allora presidente Mastrapasqua, secondo cui, soprattutto dopo aver inglobato l’Inail, i conti dell’Inps non tornavano. Per raggiungere la stabilità della spesa pubblica, il ministro Elsa Fornero ha portato a termine la riforma già avviata nel 1995 da Dini, con il passaggio al contributivo puro.

Eppure, oggi scopriamo che neanche questo è bastato.

Sistema previdenziale: la classifica
Il rischio delle classifiche è che siano semplicistiche, ma è indubbio che siano molto utili per farsi un quadro chiaro della situazione.
E la fotografia della Mercer non lascia adito a troppi dubbi.

Per compilare la classifica sono stati analizzati tre criteri: adeguatezza delle erogazioni, integrità della normativa e sostenibilità dei flussi. Il valore dell’indice per ciascuno dei sistemi pensionistici presi in esame rappresenta la media ponderata di queste tre macro-aree.
Per “adeguatezza” si intende il livello delle prestazioni, l’architettura dello schema previdenziale, i rendimenti degli investimenti, ma anche i risparmi privati.
Nella “sostenibilità” si trovano indicatori quali la percentuale di adesione a fondi di previdenza complementare e a fondi pensione, gli aspetti demografici, alcune evidenze macroeconomiche come contribuzione e debito pubblico.
La macro-area “integrità”, infine, considera diversi elementi di normativa e governance del rischio pensionistico, ma anche il livello di fiducia che i cittadini di ogni paese hanno nel loro sistema.
Queste variabili hanno pesi diversi nella costruzione dell’indice: la macro-area “adeguatezza” è ponderata al 40% del totale, la “sostenibilità” vale il 35%, e al 25% c’è la macro-area integrità.

A livello generale, su 25 Paesi presi in considerazione, il sistema pensionistico italiano è al 19esimo posto nella classifica generale, con un indice di 49,6. Ai vertici della classifica c’è la Danimarca, che vanta una buona copertura finanziaria, alti livello di attività e contributi, l’erogazione di prestazioni adeguate e un sistema pensionistico privato normativamente eccellente. Peggio di noi, solo Messico, Cina, Indonesia, Corea del Sud, Giappone, India (43,5 punti).
Secondo il rapporto, i sistemi pensionistici come quello italiano hanno “qualche caratteristica positiva, ma grandi debolezza od omissioni che andrebbero indirizzate, senza le quali efficacia e sostenibilità sono in dubbio”.

Entrando nello specifico dell’indice specifico della sostenibilità, l’Italia è ultima. Il nostro indice è 13,4, il peggiore. Tanto per farsi un’idea, la media è di 49,7. In cima, la Danimarca sembra irraggiungibile con il suo 86,5.

A non lasciarci sprofondare negli abissi della classifica generale sono gli altri due criteri: non eccelliamo per adeguatezza delle erogazioni nè per integrità della normativa, ma siamo comunque nella media. Ma è presto per cantar vittoria. Secondo quanto dichiarato in un’intervista a La Repubblica da Roberto Veronico, responsabile Divisione Retirement di Mercer Italia, «sebbene l’adeguatezza delle pensioni erogate oggi in Italia sia più che soddisfacente il valore della macro area sostenibilità ci dice che questo in futuro può non essere più vero».

Perché il sistema previdenziale italiano non è sostenibile
Questo lo stato dell’arte. Ma come mai siamo arrivati a questo punto? Emblematica la risposta data sempre da Veronico all’Espresso: in Italia, «una gamba si accorcia e l’altra non cresce».
Il riferimento è alle pensioni pubbliche, la gamba che si accorcia, e al sistema integrativo che ancora non cresce.

Quanto alle pensioni pubbliche, infatti, Veronico precisa che «proiezioni ci dicono che un dipendente con carriera media che sarebbe andato in pensione con il 65%-70% dell’ultima retribuzione, perderà il 15%».
Riguardo alla previdenza integrativa, 3 lavoratori su 4 sono scoperti. E qui Veronico mette il dito nella piaga: «I lavoratori correrebbero ai ripari se conoscessero con chiarezza l’ammontare della propria pensione». Fare cultura e informazione: quello che avrebbe dovuto fare la busta arancione.

Un sistema previdenziale non sostenibile è una questione che tocca direttamente gli interessi di tutti. Vuol dire, infatti, che gli enti di previdenza potrebbero non avere abbastanza soldi per pagare tutti i pensionati. E allora, di alternative non ce ne sono molte: o si tagliano le uscite, ovvero le pensioni, o si aumentano le entrate, ovvero i contributi di chi è ancora al lavoro. In ogni caso, ne va del tenore di vita di qualcuno.

Gli scenari che si aprono sul futuro non fanno ben sperare.
E’ questione di matematica. Il sistema previdenziale, infatti, si basa sull’equilibrio tra chi lavora e paga i contributi e chi percepisce le pensioni. Se i pensionati prendono più di quello che hanno versato e sono anche in numero maggiore rispetto a quanti sono gli occupati, è evidente che l’equilibrio si spezza. E con il livello di disoccupazione giovanile ai massimi storici e retribuzioni sempre più magre, difficile pensare che sarà possibile raggiungere a breve un riequilibrio.

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